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Il 30 gennaio 2020 il Regno Unito è uscito dall’Unione Europea. Esportazioni dopo Brexit, quali problematiche?

Con il termine Brexit si indica l’uscita da parte del Regno Unito (quindi Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord) dall’Unione Europea, in seguito a un referendum che si è svolto il 23 giugno 2016. Il 31 gennaio 2020, il Regno Unito ha cessato ufficialmente di essere uno Stato membro dell’Unione. Da quel momento è iniziato il periodo di transizione che, salvo proroghe, terminerà entro la fine del 2020.

La Brexit ha conseguenze politiche, sociali e culturali. Ma, tralasciando questi aspetti, quali sono gli effetti della Brexit sull’export italiano verso il Regno Unito?

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In effetti, successivamente alla Brexit, si è registrata una crescita delle esportazioni dall’Italia al Regno Unito. Secondo dati Istat relativi ad agosto 2019 le esportazioni oltremanica sono cresciute su base annua del 7,6%. Molti imprenditori prevedendo il futuro incerto dovuto alla Brexit hanno pensato di aumentare i livelli di scorte di prodotti italiani.

Esportazioni dopo Brexit: effetti negativi da evidenziare

Un effetto che pare a prima vista positivo. Ma, concentrandosi sul problema, emergono gli effetti negativi sull’export italiano ben evidenziati da Alessandro Terzulli. Il capo economista di Sace-Simest durante un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, secondo cui gli effetti negativi sull’export italiano deriverebbero da tre fattori. “Prima di tutto sul lato della domanda, con un deciso rallentamento del Regno Unito – sostiene Terzulli – Bank of England arriva a ipotizzare un calo del prodotto interno lordo fino al 10,5% in cinque anni. Poi sul versante dell’offerta. Un’ulteriore svalutazione della sterlina inciderà sul livello degli scambi. E, terzo fattore, il rischio di un ritorno dei dazi”.

La fine del libero scambio tra Regno Unito e Italia porterà a effetti negativi diretti e indiretti. Per quanto riguarda i primi va citato il dipartimento per il commercio internazionale britannico, secondo il quale “30 miliardi di importazioni da Germania, Francia, Spagna e Italia oggi libere subiranno dazi compresi tra il 2% e il 24%.” Tra gli effetti indiretti va considerato che l’Italia è tra i maggiori fornitori dell’automotive tedesca, il settore in assoluto più colpito dalle prossime barriere post Brexit.

Il Regno Unito fuori dall’Unione Europea: il pericolo di un No Deal

La fase di transizione è necessaria in attesa di approntare le regole per disciplinare i rapporti tra Regno Unito e Unione Europea, nel frattempo si applicheranno le norme della WTO.

Il pericolo da scongiurare è quello di una Brexit No-deal: l’assenza di intese di accordi commerciali. Si pensi ad esempio, il problema irlandese e la possibilità di un confine fisico tra le due Irlande. Questa ipotesi è tutt’altro che remota considerata le difficoltà che i negoziati hanno incontrato.

Gli effetti del no deal farebbero venir meno i diritti di scambiare beni e servizi liberamente. Senza i cosiddetti passporting rights ci sarebbero costi maggiori e nuovi vincoli doganali. Un no deal potrebbe determinare la reintroduzione di controlli al confine compromettendo i trasporti e le operazioni commerciali tra i due Unione europea e Regno Unito.

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Brexit: gli effetti sulle imprese italiane

Questo comporterebbe effetti negativi per le imprese italiane. Secondo uno studio della Banca d’Italia con la hard Brexit le merci italiane esportate nel Regno Unito potrebbero essere soggette a una tariffa media del 5%. Dalla meccanica strumentale (2%), all’alimentare (13%) passando per l’abbigliamento (11%). A ciò si aggiunga che per le esportazioni in generale è prevista una diminuzione tra il 7 e l’8% e per i prodotti soggetti a quote come il latte ci potrebbero essere una rarefazione dell’offerta e vari rincari.

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